“Non era da molto che abitavamo nel Morley Cottage, quando maturai la certezza che i fossili sarebbero diventati il mio passatempo. Del resto dovevo assolutamente trovarne uno: avevo venticinque anni e con ogni probabilità non mi sarei mai sposata: mi occorreva un diversivo per ammazzare il tempo.”…
Nella località di Lyme Regis, grigia e umida come le scogliere che la separano dall’oceano, abita da sempre una esuberante ragazza, inseguita fin da quando era neonata dagli sguardi interrogativi e sprezzanti dei compaesani. Nelle stesse vie approda, insieme alle sorelle, una giovane donna costretta ad abbandonare Londra a causa delle consuetudini e norme ufficiose che reggono il comportamento della borghesia inglese ottocentesca. Mary Anning è una ragazza del popolo, abituata a fare i conti con il carbone che scarseggia e con i debiti da saldare; le sorelle Philpot sono destinate a rimanere zitelle, per scarsa avvenenza e per ancor più esigua possibilità di dote. Sono tutte donne confinate e per le quali il destino pare già segnato prima che esso abbia iniziato a manifestarsi. L'orizzonte che si staglia dietro alle onde della spiaggia di Lyme è lo stesso di quello che si respira nelle abitazioni delle quattro donne. Esso è, per tutte loro, incombente e chiuso, dentro le ammuffite mura di uno scantinato sudicio e maleodorante oppure davanti ad un tetro focolare nel silenzio delle posate che rintoccano sulla porcellana. Elizabeth, tuttavia, è l'unica delle sorelle Philpot a poter intravedere uno spiraglio, un anelito, nella propria vita. Elizabeth infatti condivide con Mary una passione che per l’una affonda le sue radici nell’istruzione e nella cultura, mentre per l’altra si esprime in modo sanguigno e irriverente: i fossili. Lo studio di essi e l’immaginazione di nuove teorie, per Elizabeth; la ricerca forsennata e irriverente - spesso per avere semplicemente dei ‘ninnoli’ da vendere al banchetto di famiglia - per Mary. Le cliffs di Lyme, sferzate dai venti e dalle burrasche, si rivelano generose e brulicano infatti di quella che un tempo fu vita. Ammoniti, belemniti, crinoidi, coproliti, frammenti ossei paiono emergere senza difficoltà dalla roccia grazie alla sagacia e all’abilità di Mary, accompagnata in tutte le sue uscite verso il mare da colei che si rivelerà una fedele compagna di vita e di interessi. Elizabeth farà in modo che a Mary venga riconosciuto, da parte della comunità scientifica, il merito di aver scoperto il cranio del primo ittiosauro. Dovrà combattere, per questo, e i successi che otterrà in questo percorso saranno sempre vittorie a metà. Infatti, per quanto sorella di un avvocato, lettrice assidua di Cuvier e conoscitrice delle sue teorie, Elizabeth è pur sempre una donna: a lei è preclusa ogni possibilità di partecipare al dibattito scientifico e al fermento culturale dell’epoca. Per più di una decina di anni le due donne dovranno combattere - ognuna a modo suo e con le sue priorità - per essere considerate poco più che evanescenti da una società che si trova a dover fare i conti con la inaudita possibilità scientifica che il mondo possa essere cambiato nei millenni. L’esistenza dei fossili implica per i naturalisti dei primi decenni dell’Ottocento il dover assumere su di sé l’inconcepibile sospetto che Dio non avesse avuto le idee troppo chiare riguardo alle sue creature: era rimasto a guardare mentre alcune scomparivano oppure aveva rinnegato la sua creazione precedente? Era mai possibile che alcuni animali fossero scomparsi del tutto dalla faccia della Terra, tanto da rinvenirsi soltanto come cadaveri irrigiditi e sepolti sotto il fango e la mota?
Strane creature è la storia di un’intensa quanto a priori improbabile amicizia, che nel tempo in cui si dipana si fa anche gelosia, poi rancore e infine perdono. Non possono infatti che accettarsi a vicenda due donne piene e illuminate, ma obbligate a vivere ‘ai margini’ di una società fin troppo ipocrita per ammettere e riconoscere un ruolo indipendente alla compagna dell’uomo.
Crema di piselli e crescione
300g di piselli sgranati
200g di crescione
200g di patate
1 porro
1 cucchiaio di farina
1,5 dl di brodo vegetale
2 tuorli
1 dl di panna da cucina
40g di burro
4 fette di pane abbrustolite
Preparazione.
Tritare il porro, pelare le patate e ridurle a dadini. Lavare il crescione e spezzettarlo in modo grossolano.
Sciogliere il burro in una casseruola e farvi appassire il porro; unirvi i piselli, il crescione e le patate. Lasciare insaporirre 5 minuti, mescolando. Versare la farina e, senza smettere di mescolare, incorporare poco alla volta il brodo caldo. Una volta giunto ad ebollizione, abbassare la fiamma, salare e pepare. Lasciare sobbollire per 20 minuti.
Frullare il tutto con un frullatore ad immersione; rimettere sul fuoco e proseguire la cottura per altri 10 minuti.
Sbattere i tuorli insieme alla panna e regolare di sale e pepe. Incorporare il composto all’interno della crema e mescolare energicamente per 1 minuto prima di spegnare la fiamma.
Distribuire la crema in ciotoline individuali e servire accompagnando con fette di pane abbrustolite.
(“La grande cucina del Corriere della Sera | Zuppe e minestre”, RCS)
