Il romanzo di una vita


“Questo è il tempo di metterci a raccontare noi, e diventare i nostri autori preferiti, almeno per il tempo del nostro racconto. Se mai ci è stata data un’opportunità di essere una storia che val la pena di essere interpretata, questo è il momento. Ora. Ora che siamo benedetti dalla fortuna di essere vivi, e ogni uomo e ogni cosa intorno a noi, ogni traccia e impronta, ci appaiono vividi di vita sempiterna. Ora che abbiamo imparato così tanto di quello che c’è da vedere e sentire e toccare in questa vita, che altro dovremmo essere, se non il miglior romanzo in circolazione? O tra i migliori; perché ogni volta che mi guardo intorno, ogni volta che entro in una casa di questo distretto, o anche, semplicemente, mi appoggio a un suo muro, ogni volta che mi fermo ad ascoltare, non dico un discorso, ma anche solo il rumore che vivendo fa la mia gente, io non vedo, non tocco e non sento che romanzi e poemi. Presenti e passati, tutti allo stesso modo in plastico svolgimento, e nessuno che possa essere sminuito da quelli che sono stati scritti e recitati dagli altri per noi. Nessuno, mi pare, indegno di quello che i nostri padri ci hanno lasciato. E qui da noi, oltretutto, è più bello che a Roncisvalle”.

Maurizio Maggiani, in questo brano tratto da Meccanica celeste, mi sembra che ci voglia dire qualcosa di simile in partenza a quanto affermato da Pirandello o Nietzsche, ma in definitiva ad esso non sovrapponibile. Un qualcosa che è... sì! veramente umano, che affonda in un senso profondo di fraternità tra gli uomini.
Egli - in quanto scrittore - da un lato si presenta infatti nelle vesti di colui che è in grado di percepire come una sorta di 'rumore di fondo' della realtà e che è capace di amplificarlo, trascriverlo, tradurlo, attraverso quella che è la sua arte.
Al contempo, egli invita però ognuno di noi a porre attenzione ed orecchio a quel brusio, ed a compiere così l'impresa più epica e meravigliosa che possa essere: trattenere la propria vita. Dandole forma di racconto.

Ogni vita assume così una dignità ed una unicità che trascenderanno l'identità di 'chi' la starà vivendo.
Perché dignità e unicità sono semplicemente dovute ad un 'chi' che non cessa di raccontarsi come si è compiuto.


Chocolate banana bread


250g di farina bianca 00
150g di zucchero integrale di canna
200g di banane
100ml di panna da montare
50ml di yogurt
50g di nocciole
50g di cioccolato fondente
2 uova
1 cucchiaino di bicarbonato
1/2 cucchiaino di sale fino



Preparazione.


Accendere il forno a 180° e foderare di carta forno uno stampo da cake (da 25 x 10 cm).
Sbucciare e schiacciate bene le banane con una forchetta.
Sgusciare le uova e sbattetele appena (senza montarle). Miscelare tra loro la panna e lo yogurt.
Setacciare in una ciotola la farina con il bicarbonato, aggiungere il sale e lo zucchero e mescolare molto bene.
Tostare le nocciole, facendo attenzione a non bruciarle. Lasciarle raffreddare e spezzettarle con il pestacarne (o un bicchiere dal fondo spesso). Assolutamente vietato l’uso del mixer: ci si ritroverebbe con una poltiglia nocciolosa che qui non serve.
Fare a pezzetti il cioccolato.
Unire le banane schiacciate alle uova, e poi aggiungere la panna e lo yogurt.
Versare nella ciotola il mix di ingredienti asciutti, mescolare bene e quando il composto sarà omogeneo aggiungere le nocciole e il cioccolato. Rovesciare tutto nello stampo e infornare.
Cuocete il pane alle banane per circa un’ora (ma iniziare a tenerlo d’occhio dopo 45 minuti). Per verificare se è cotto, infilateci un bastoncino da spiedini (dovrà uscirne asciutto). Lasciarlo cinque minuti nel forno spento, poi sformarlo e farlo raffreddare su una gratella da pasticciere.



(“Fragole a merenda”, S. d’Aubergine, Guido Tommasi Editore)